Che cosa sosteneva Alberto Manzi

Con l’onestà intellettuale che lo contraddistingueva e con la passione del maestro ben nota in tutta Italia, Manzi enuclea alcuni diritti da cui ripartire:

Gli viene data una visione del mondo di … seconda mano. Non può agire, manipolare (solo quel che gli altri vogliono) non ha contatto diretto con la realtà, imprigionato tra quattro pareti dalle quali pochissime volte esce e ne esce in fila per due, non può codificare la sue esperienze con il linguaggio (sia corporeo, sia parlato) perché non gli è permesso parlare (e quando parla nessuno lo ascolta veramente) pertanto privato della comunicazione sociale (parlare con gli altri) privato della funzione cognitiva (per pensare, per rappresentare simbolicamente il mondo) privato della funzione espressiva (per esibire sentimenti, emozioni…)”.

Il diritto all’adolescenza: Manzi scrive che “degli adolescenti ci siamo dimenticati, non c’è teatro dedicato a loro, la scuola non ne facilita l’aggregazione, gli spazi sono pochi. Come si preparano ad assumersi le responsabilità della vita in una società libera?”

Il diritto alla propria parte di bene comune (gli spazi delle città, la programmazione territoriale, il recupero degli edifici e dei quartieri): “i Comuni dimenticano che esistono bambini, preadolescenti, adolescenti così i vari piani regolatori sono studiati e realizzati per soddisfare le esigenze degli adulti, ma non quelle dei giovani”.

Il diritto a beneficiare della tecnologia, senza esserne travolto.

Il diritto di sentirsi protagonista: “come può assumersi responsabilità se non gli è stato mai permesso di avere delle responsabilità? Come entra nella scuola, dalla materna all’università, obbligato a seguire schemi ben precisi, schemi comportamentali, schemi di studio. Non è permesso ragionare sulle cose, sui fatti, sulle conoscenze non è permesso chiedere, discutere, pertanto nemmeno formulare ipotesi, ideare verifiche…
Mai responsabile di nulla, se non di ripetere (e anche qui nemmeno liberamente, ma come il professore vuole) le nozioni “ripetute” dall’insegnante (anche l’insegnante non fa che ripetere, mai ponendosi la domanda se non è più interessante riscoprire le cose)”
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Il diritto di essere accolto e protetto: pensiamo alla complessità della vita dei bambini rifugiati, ma anche dei tanti bambini stranieri che spesso sono la porta d’accesso, per i genitori, ai servizi pubblici e ai diritti minimi: cosa succede quando è una bambina che traduce alla madre le parole del medico sul suo stato di salute?

Il diritto ad una scuola che sia porta d’accesso sul mondo: occorre cioè lavorare sulla riduzione delle diseguaglianze e su strategie didattiche coinvolgenti affinché la scuola sia davvero luogo in cui imparare ad essere cittadini attivi, partecipi alla vita della res-publica, capaci di ragionare sul proprio destino e di avere un sogno collettivo.

Il diritto di conoscere le tante culture del mondo: per Manzi fu un pilastro dell’attività di romanziere: parlare delle storie di altri per capire meglio noi stessi, fare i conti con altri punti di vista, sostenere uno sguardo interculturale.